venerdì, 24 ottobre 2008, ore 18:33

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venerdì, 24 ottobre 2008, ore 14:44

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martedì, 17 giugno 2008, ore 13:07

Ho sempre avuto la passione, fin da bambino per le automobili.   Aiutato molto dal fatto che in casa a quei tempi ci fosse la racconta completa di Quattroruote, imparai presto a riconoscere tutti i modelli in circolazione, con tanto di nomi, sigle e prestazioni.    Si era agli inizi degli anni settanta,  l’industria italiana dell’auto lanciava ancora modelli dal fascino mai dimenticato, ed io collezionavo modellini su modellini, sognando a modo mio. Su molte automobili ebbi modo di viaggiare a quel tempo, ma solo tre di queste mi hanno lasciato un ricordo davvero indelebile, anche se per diverse ragioni:

Il Maggiolone Cabriolet, rosso con capote nera della mamma di  un mio carissimo amico.   Ci andavamo al mare da maggio a ottobre, occupandolo spesso in sovrannumero con qualcuno in piedi sui predellini,  e sentire lo sfarfallio tipico di quel motore che arrancava sulla salita verso il Monte Tauro era la certezza di  uno stato d’animo totalmente spensierato.  Il maggiolone rosso con le ruote larghe significava svago, domeniche lontane dalla realtà, risate al sole e gavettoni.   E mi piaceva troppo guardarmelo quando era fermo, e girargli intorno per osservarne i dettagli.    Era Herbie durante la nostra infanzia, e se avessi soldi in più oggi, andrei a comprarmene subito uno.  Di quelli vecchi ovviamente.

La Dyane che comprò il nonno era color caffelatte, tinta per lo meno discutibile.   Ma lui se ne fregava poichè l’aveva scelta solo per andarci in campagna a guardarsi gli agrumeti.   Poi questi ultimi furono alienati, grazie ad un colpo di teatro del letterato di famiglia, e la Dyane color caffelatte divenne l’auto per il mare, l'auto che odorava di sagole e salsedine, di pinne marca Cressi Sub e olio solare. La Dyane era, suo malgrado, esteticamente inguardabile e molto più che spartana, era robusta quanto una lattina vuota schiacciata con le mani, con un motore che appariva impiccato già alla messa in moto, ma nonostante tutto ciò, la Dyane non si poteva odiare, perché tutto ciò che le veniva chiesto la Dyane lo faceva, sempre. E quando papà d’inverno partiva con la macchina fotografica ad immortalare le onde arrabbiate che si infrangevano sulla scogliera di Capo S.Croce,  lanciando in aria soffioni immensi di schiuma salata, la nostra Dyane col il triplo otto finale sulla targa era lì sotto, con noi dentro a misurare da vicino la furia del mare, ripartendo sempre, subito dopo, al primo colpo.

La Déesse è quella che più di tutte ho amato, incondizionatamente, anche se il suo rollio nelle curve ha messo spesso a dura prova il mio mal d’auto infantile.   La Déesse color verde smeraldo ha attraversato più volte il bel paese da Capo Passero fino a Ginevra , ed il suo enorme sedile posteriore mi ha tante volte cullato nelle dormite più profonde che io ricordi, durante i tragitti autostradali.  Era un’auto totalmente fuori dagli schemi, con un muso che poteva apparire a tratti inquietante e leggermente strabico per via dei fari che giravano insieme alle ruote, ma il fascino di una bellissima donna, moderna, elegante e dai fianchi un po’ larghi.   A volte andavo giù in garage con una scusa per osservarla, mi piaceva quando era ferma da alcuni giorni poiché le sospensioni si scaricavano e l’auto restava poggiata quasi a terra ed appariva addormentata.   Aprivo la portiera e stringevo il classico volante monorazza Citroen sognando un giorno di poterla guidare anch’io, scrutavo l’ordine delle marce nel vecchio cambio al volante, annusavo l’odore della tappezzeria di colore verde scuro e mi perdevo con lo sguardo dentro alle spie della strumentazione.   Quando mio padre decise di sostituirla mi scesero i lacrimoni,  perché non posso non ricordare che con la Déesse durante la mia infanzia, andammo ovunque.  Ancora oggi conserviamo in un cassetto come una reliquia la doppia targhetta dorata rimossa dal cofano posteriore che recita:  DS 23 Injection Electronique.  
Roba di oltre trent’anni fa.  Ma vorrei fosse ieri. 
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mercoledì, 04 giugno 2008, ore 15:21

La mia sveglia già da qualche tempo è “Back to Life” di Giovanni Allevi.   Come ogni mattina la lascio ripartire almeno un paio di volte prima di decidermi a lasciare un giaciglio comodo e caldo per iniziare ad affrontare una giornata insidiosa e spesso stancante.    Oggi però pioviggina e non puoi quindi andare a scuola in bici ma dovrò accompagnarti io in macchina.   Sei pronta sempre prima di me anche se ad essere onesti non ho mai brillato per celerità nelle primissime ore della giornata.   Sono lento:  lento a riannodare i pensieri l’uno con l’altro,  lento a decidere cosa devo saccheggiare dalla dispensa per la colazione, lento perché mentre mi rado e faccio la doccia ascolto la rassegna stampa da Radio24 e mi scoccia lasciarla a metà.     Ma questo a te non interessa, giacchè alle 7.25 sei già con la tua (che era mia) tracolla blu addosso, e gli occhiali da sole sulla testa anche se del sole oggi non c’è traccia.  Si parte, a prescindere. Ed io sono troppo lento rispetto alla velocità dei tuoi quindici anni. Mentre tiro fuori l’auto dal box, mi soffermo con lo sguardo ancora leggermente appannato dalla mia flemma mattutina sulle lettere accanto alla leva del cambio.  Le osservo e mi ricordano curiosamente qualcosa di vicino o di familiare.  P come Passato, R come Ricordo, N come il cognome di famiglia, D come Diario.    Queste parole, frutto di pura coincidenza, mi rimbalzano in testa come palline da ping pong impazzite mentre l’auto esce in retromarcia e tu aspetti fuori in piedi, smanettando già con il cellulare.   Mentre guido verso il liceo e tu continui a fare chissàdiavolocosa con quell’aggeggio malefico che proprio io ti ho regalato e da cui non ti separi mai, penso in silenzio che vorrei lasciarti una traccia scritta, un piccolo diario a ricordo del tempo in cui al tuo posto c’ero io,  il tempo dei miei quindici anni o giù di lì, con le speranze, i sogni e le illusioni di allora, roba che per un quindicenne del 2008 è già materia archeologica.  Faresti fatica persino a leggerla, oggi, una traccia del genere e alla terza riga, conoscendoti, partirebbero sbadigli assortiti.   Ma più in là nel tempo, quando l’età della cretineria sarà (si spera definitivamente) alle spalle, alcuni frammenti lontani di vita vissuta potrebbero avere un suono diverso anche per te, magari.
Ti lascio davanti alla scuola,  e prima di ripartire osservo il tuo caschetto di capelli che ciondola via verso l’ingresso, mentre gesticoli come tua abitudine assieme ad un’amica.  Penso a quanto sei impulsiva, permalosa e testarda, proprio come la tua luna in Ariete;  in altre parole: un cliente scomodo per chiunque.  Riparto per andare in ufficio, e per addolcire il tragitto e pettinare i pensieri pigio sul tasto play dell’Ipod.  C’è ancora Back to life.  Mi aiuterà a mascherare l'inquietudine che ha preso a pedinarmi mentre tu cresci, vivi, e ti allontani...  
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giovedì, 15 maggio 2008, ore 14:46

Ogni tanto (spesso) mi faccio prendere dalla nostalgia.
Da qualche settimana a questa parte sono rincorso dal desiderio di tornare ad annusare l’aria del posto in cui ho visto la luce per la prima volta.  Catania è una città dal fascino unico, ma da tanti, troppi anni, non ci metto piede.  Ogni volta che ritorno in Sicilia ci giro intorno sfrecciando sulla tangenziale e tagliandola fuori, e ora avrei voglia di riassaporarne colori e profumi.  Ci andavo spesso quando ero in ben altra età, arrivandoci dentro una Deèsse color verde smeraldo.  Ricordo le passeggiate sui marciapiedi in pietra lavica, il passaggio sotto la Porta Uzeda fino a via Dusmet, l’inevitabile sosta alla Pasticceria Caviezel in via Etnea, la suggestione ed il caos organizzato ad arte della “pescheria”,  il fascino del barocco settecentesco di Via Crociferi.
Catania è una città particolare, stretta tra l’Etna e il Mar Jonio,  i catanesi sono gente tenace ed orgogliosa oltre la media, e anche nell’Opera dei Pupi locale le marionette, a differenza di quelle palermitane, hanno le gambe rigide;  le ginocchia non si piegano. A Catania sono nato in una clinica situata proprio tra il Mongibello e il mare.  Mia madre racconta che dalla finestra della sua camera poteva scorgere il Vulcano da una parte, e le acque della Sirena Lighea dall’altra; era il penultimo giorno di un’estate degli anni sessanta.   Vorrei anch’io oggi scrutare quel  panorama da quella finestra, potendola magari ritrovare.
A Catania ed al suo richiamo viscerale, simile ad una bellissima donna dalla pelle ambrata e dagli occhi color lava,  voglio dedicare anche questo brano, che ascolto spesso e ad alto volume proprio in questi giorni. Dalla voce, manco a dirlo, di un catanese doc.
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martedì, 13 maggio 2008, ore 12:25

Bepi ha smesso di soffrire oggi all’alba.  Suo figlio S. che è un mio amico da oltre cinque lustri l’ha accompagnato per mano fino all’ultimo istante.  Quando per un uomo buono ed un padre esemplare come lui arriva il momento di salire in cielo, per noi che siamo la generazione successiva e restiamo quaggiù, lo sconforto ed il dolore hanno i connotati di una ferita profonda sulla pelle e lacerante fin dentro la carne, un taglio che ha il sapore di una beffa e che segna indelebilmente un dolorosissimo distacco dal passato.
Ci sono persone, e sono rare,  che con grande discrezione, senza mai alzare la voce, e con il sorriso e la commozione negli occhi sono capaci di accompagnarti  ovunque.  Bepi era una di queste, un uomo di altri tempi, e la sua “guida” serena e senza fronzoli ci è scappata via per sempre.  Ora sono qui, incapace di lavorare perché la memoria ha scardinato tutti i suoi cassetti e mentre continuo a fare lo slalom speciale tra decine e decine di mail lavorative che non ho alcuna voglia di leggere,  non posso non pensare al padre che ho (ma è come se non avessi), ed al padre che avrei voluto avere, che adesso non c’è più.  
E mi sento, definitivamente, ancora più spaesato e solo.
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mercoledì, 30 aprile 2008, ore 12:01

Si può star bene anche così, lontani dal caos regolamentare dei ponti di primavera.

Programmando un viaggio in Versilia per mangiare gli spaghetti con le arselle, e ritrovarsi invece, grazie al traffico,  ad assaporare il culatello a Sala Baganza.

In veranda a casa, appena rientrati dopo una giornata intensa di lavoro, seduti accanto alla gardenia che non vuol saperne di fiorire,  a scrutare un plaid di nuvole sottili nel cielo grigio azzurro che sovrasta tutta la città.

Con un giretto al volante di una vecchia ed emozionantissima Dèesse color blu pavone, mentre Lou Rawls ti canta dalla radio “You’ll never find”.
 
Con indosso il grembiule acquistato da Botanìc, in cucina, intento a preparare la Tartàre di Tonno.

Al mercatino dell’Antiquariato di Traversetolo, alla ricerca di odori antichi.

In Via Pescherie Vecchie a Bologna per la spesa, come si faceva una volta.

Proprio in questi giorni in cui tutti scappano via di corsa, io sono attraversato da un’insolita ed irrefrenabile voglia di rallentare…
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mercoledì, 23 aprile 2008, ore 12:18

Quelli che….  (Intolerance Day)

“Sai com’è, dobbiamo contenere le spese e assumere un’altra persona per seguire il lavoro un pò meglio costa troppo…”.  Ma vogliono produrre oggetti alla moda e pagarli poco, fanno lavorare dentro i pensionati volenterosi dandogli due lire e fuori hanno parcheggiate tre auto da sessantamila euro cadauna.

Vedi sopra, appoggiano le chiappe su sessantamila euro e passa di lamiera, e non spendono un euro al mese per montarsi il Telepass.

Vogliono essere al centro dell’attenzione a tutti i costi, nonostante il fisico a pera, i capelli a scolapasta, la sensualità di un tacchino freddo, il gusto estetico di un crucco in vacanza, e due Zigulì al posto degli attributi.

Amano guidare ostinatamente all’inglese a 110 km/h sulle autostrade nostrane a quattro corsie,  e devono evidentemente avere una calamita potentissima che li attrae verso il guard-rail anche quando davanti hanno il nulla cosmico e non abbastanza contenti si sollazzano smanettando sul navigatore (che Dio solo sa dove li starà portando giacchè in autostrada non si è mai perso nemmeno un criceto, e a quella folle velocità l’eventuale autovelox ti sputa in un occhio…)

Mettono i veti ad una cena di svariate persone per la presenza non gradita di un/a tizio/a.  Mettiti dall’altra parte della tavolata e non rompere i cocomeri.  Altrimenti stai a casa.

Usano il Blackberry perché è più comodo per gli Sms.   Che è come comprare il Cayenne per andare all’Esselunga.

Sono soggetti di sesso maschile e si vestono di rosa.

"Quanto l'hai pagata quella fotocamera?"
"Tot"
" Io il trenta per cento in meno. Se me lo dicevi prima..."

Ah, la bici da corsa al sabato o alla domenica mattina con gli amici è un must , e via col gruppone super equipaggiato a intasare le strade e scartavetrare la pazienza della gente normale.  Manco fosse il “Tur de Frans”.

Dovrebbero semplicemente amministrarci, e che invece appena eletti sono già lì a dibattere come comari al mercato per accaparrarsi uno sgabello, (o anche solo una gamba dello sgabello), in più rispetto all'altro.  Come quando eravamo all'asilo, anzi peggio.

Per tutti costoro io tifo e sempre tiferò: Asteroide.
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martedì, 22 aprile 2008, ore 11:04

L’immagine è piccola ed in bianco e nero, compie 60 anni proprio in questi giorni e sembra un fotogramma rubato ad una pellicola cinematografica del dopoguerra.  E’ la primavera del 1948, al governo c’è De Gasperi e l’Italia intera tenta faticosamente di riemergere dalle macerie.   Nonna ha 29 anni, percorre a piedi una strada della città a testa alta e con il suo solito portamento dritto e risoluto, indossa un soprabito aperto sul davanti che lascia intravedere l’attesa del secondo figlio mentre tiene per mano il primo che all’epoca ha quattro anni scarsi ed indossa calzoni corti.   Sullo sfondo si intravede una porzione di muro rimasta in piedi con una scritta incerta, fatta con un pennello,  che recita “W la Repubblica”.    Il Caffè “Regina Elena” è stato colpito dai bombardamenti alleati ed anche i gioielli di famiglia sono stati alienati per poterne pagare la ricostruzione.   Negli occhi e nei pensieri di allora ci sono speranze, ambizioni e voglia di riprendere in fretta ciò che gli eventi hanno tragicamente interrotto.  Non si sa bene dove si arriverà ma si è decisi nell’andare avanti comunque, e si cammina a passo spedito, proprio come Nonna in questa immagine, frammento ideale della suo essere mai stanca e mai doma.  E’ un fotogramma antico e a me molto caro. Se dopo sessant’anni io esisto e sono qui ancora oggi,  lo devo anche a mia nonna ed a momenti come questo.
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giovedì, 17 aprile 2008, ore 11:11

Ogni tanto è d'obbligo una carezza per il cuore,
oggi scelgo questa:



Non mi lasciare qui tra questa polvere
tra questo ferro che diventa ruggine

non leggo, non studio, mi alieno
mi ricompongo tra note classiche
in un raccolto di altro poi fuggo lontano

chiarore interiore degli occhi
nello sviluppo di punti estremi
per simpatia a prima vista
ci prese per mano l'amore

e poi di corsa distese di tempo infinite
per superare il senso del nostro sentire
ritrovandoci sul confine
di una storia ancora tutta da decidere

evitando le deboli illusioni
le stravaganti conclusioni
che fanno di noi
quello che non avrei detto mai

malintesi ben funzionanti
Venere e Giove
sarà un destino già scritto altrove
che poi mi riporta da te, perché

più facile è starti a guardare
ma più difficile a definire
semplice come la pioggia
che cade ad aprile su questa città

perché nel cuore, sai, non c'è una logica
ma l'attitudine è ancora quella
di riconciliare il vero col mistero

non mi lasciare qui
stella d'oriente che brilli nel cielo

mostrami ancora la strada che devo seguire
dammi la forza che solo l'amore ci dà

entra nel mio mondo
prendi per mano il vagabondo
che in me troverai
dimmi ancora che ritornerai

perché senza di te non ho
più niente da fare
né un posto dove poi ritornare se tu
non ritorni da me, perché

più facile è cogliere un fiore
ma più difficile è coltivare
questo giardino lasciato alle cure
del sole finché pioverà...


(Sergio Cammariere)
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